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Racconti

"La Diana"

 

Quel lupo che non accoglieremo a braccia aperte...

E' tornato nostro ambiente, senza chiedere il permesso, senza bussare. Pian piano riconquisterà quel territorio dal quale era stato eliminato a  furor di popolo oltre centocinquant' anni or sono. Sua maestà il lupo è di nuovo fra noi.

C'erano state in passato delle avvisaglie provenienti dai paesi limitrofi relative al suo ritorno; in Ticino nell'inverno 2001, aveva suscitato scalpore la sua breve apparizione sui monti di Gorduno. Ora l'aggressione ad un gruppo di capre in territorio di Osco, suffragate da analisi scientifiche eseguite dal laboratorio di biologia dell'Università di Losanna hanno confermato con certezza la presenza del predatore. Infine, ultimo fatto davvero clamoroso, un lupo femmina avvistato e fotografato in valle di Bognanco negli ultimi giorni di febbraio.

Possiamo immaginare l'esultanza, il giubilo di certe sfere ambientaliste ed animaliste che tanto auspicavano il rientro. Trattandosi per lo più di persone aventi sentimenti di odio e rancore verso i cacciatori, la ricomparsa dei grandi predatori (lupo, lince, orso) darà loro un aiuto insperato (ci penseranno loro a ridurre le popolazioni di ungulati) e prossimamente, già ci pare di udirli dar fiato alle trombe e tuonare per l'abolizione anche della caccia alta.

Ambientalisti e animalisti dicevamo: gente che vive solitamente negli agglomerati, nelle pianure. Si dicono amici, difensori e protettori della natura; una natura che molti di questi blateroni si contentano di ammirare da lontano; gente che ritiene lecito entrare in casa nostra ed imporre le proprie idee. Un legame affettivo, un rapporto stretto con l'ambiente nel quale noi delle valli siamo cresciuti, è certamente lontano anni luce dalla loro immaginazione. Quanti di costoro hanno trascorso una notte d'estate all'adiaccio sotto un faggio o un abete? Quanti hanno pernottato in un cascinale abbandonato nel bosco, o più in alto bivaccato sotto un masso, una gronda o una spelonca durante una note di temporale?

Gli stessi sapientoni verranno domani a dirci che bisognerà creare fra le nostre montagne dei sentieri didattici nei quali condurre gruppi di escursionisti ad osservare, studiare ed ammirare lupi ed orsi; con il rischio che al fruscio di un ramarro tra il fogliame o di uno scoiattolo che giocherella tra i rami di una quercia, saranno i primi a pisciarsi addosso ed a schizzare lontano.

Ben diverso invece dicevamo il rapporto con il territorio di contadini, alpigiani e cacciatori cresciuti nelle valli; gente da sempre a contatto diretto con la natura ed aventi radici profonde con zone frequentate fin dalla più tenera infanzia.

Sentieri, gradini, muri, cappelle, passaggi tra le rocce, sono simboli che parlano da soli. I vari toponimi raccontano e ricordano ai frequentatori di questi ambienti, storie di fatiche, di sacrifici, di sofferenze di paure, di avventure liete e tristi, storie insomma che hanno lasciato nel cuore di chi in questa realtà ci vive, segni indelebili.

Tra questi appunto quelli relativi a lupi ed orsi; una presenza la loro tramandataci in racconti passati da generazione in generazione e suffragata da testimonianze visibili sul terreno o da documenti ritrovati in archivi comunali o patriziati del Comune di Maggia e delle sue frazioni. E se le storie del lupo di Cappuccetto rosso avranno allietato l'infanzia di molti detrattori della caccia, quelle vere dei lupi ci riportano nella realtà del passato e ci confermano di non aver certamente fatto la felicità dei nostri antenati.

 

La presenza di lupi ed orsi nel Comune di Maggia

Nella primavera del 1989 un gruppo di scolari guidati dai docenti Arturo Poncini e Luca Del Notaro, scoprivano quasi per caso una "luveira" o trappola per lupi, sita nella regione del Val di Aurigeno. Si tratta di un manufatto grande e quadrato; tre lati, aventi una lunghezza di circa venti metri ed un'altra di cinque, sono formati da muri a secco; per il quarto viene sfruttato il ripido fianco della roccia della montagna.

La trappola venne costruita in prossimità del villaggio, dove le greggi stazionavano dal tardo autunno alla primavera. Viene perciò denominata "luveira" di stabulazione.

Il funzionamento era semplice: da una minuscola apertura situata alla base di uno dei muri, veniva, introdotto un agnello, i cui belati attiravano il predatore: questi, scendendo dal fianco della montagna poteva introdursi nel recinto, ma non più fuggire causa le insormontabili pareti. Era una trappola mortale, nella quale veniva poi eliminato a fucilate dai contadini. Gli scolari di allora, a caccia di notizie in merito tra gli anziani del villaggio, vennero a sapere dalla signora Maria Barca che "nel 1837 su. monte Capoli, in una notte i lupi fecero strage di ben trenta pecore. In seguito i contadini furono costretti a vegliare tutte le notti i loro greggi. Accendevano un piccolo fuoco così un po' l'odore de fumo, un po' le voci delle persone servirono a tener lontani i lupi.

 

 

Quando veniva catturato un lupo, si usava passare di paese in paese con la sua pelle ed il cacciatore riceveva una modesta ricompensa. Nostra povera nonna ricordava di aver visto, nella sua fantasia, due giovani di Someo che esibivano la pelle del lupo. Questo attorno al 1855." Quest' ultimo fatto è confermato dalla signora Maria Muscio di Someo che, in un'intervista rilasciata al giornalista Teresio Valsesia, su l'Eco di Locarno, del 18 ottobre 1986, dichiarava tra l'altro: ..."un inverno, da giovane, mio bisnonno materno Giovanni Ambrogio Tomasini, aveva catturato un lupo insieme ad un amico. La nonna raccontava che i due andavano in giro per i paesi della valle con la pelle del lupo sulle spalle. Cantavano e ballavano e la gente dava loro qualche centesimo. La nonna che si chiamava Sofia, ed era del 1866, ricordava che quando suo padre rievocava questa storia, rideva di gusto."

A Maggia, il 27 agosto 1947, l'Assemblea dei cittadini era chiamata per deliberare "fare una supplica al Sommo Pontefice per espellere il lupo, o pure mettere una tassa in Circolo per chi lo uccidesse. Si passò poscia alla votazione e viene risolto di fare detto reclamo con 29 contro 11. Poscia si risolve ad unanimità: di voti di mettere una tassa per quelli che uccidesse dei lupi, cioè lire 100 milanesi per la femmina e lire 100 cantonali pel maschio."

Un decreto emanato dal Gran Consiglio ticinese, datato 27 gennaio 1851, stabiliva tra l'altro:

Art. 1. Agli uccisori degli orsi e dei lupi è accordato un premio sulla Cassa Cantonale, per ogni capi maschio di L. 30 e per ogni capo femmina di L. 50, nuova moneta svizzera o franchi di Francia.

Art. 2. Per conseguire il premio dovrà prodursi alla Cancelleria di Stato, per mezzo del Commissario un attestato della Municipalità nel cui territorio è avvenuta l'uccisione, stesa in carta bollata e vidimata; dal Commissario stesso.

Art. 3 Per ottenere l'attestato dovrà presentarsi la zampa destra della bestia uccisa.

Art. 4. Se la bestia uccisa è femmina, oltre alla zampa destra, il Sindaco ed il Commissario si faranno presentare la pelle intiera con le parti distintive del sesso. Art. 5. Il Commissario distruggerà la zampa e marcherà la pelle in modo che non sia più producibile

Il lupo e l'orso uccisi da Pietro Franscioni di Moghegno (1840-1901, e da suo padre Giacomo (,1813-1884

Si tratta di un documento inedito, conservato nell'archivio di famiglia del nostro socio Piero Franscioni l’originale testimonianza qui riprodotta è stata scritta da Siro Franscioni (1888-1961), padre di Piero e figlio di Pietro. "Era la primavera dell'anno 1856. Il povero nonno faceva il capraio, ma un po` d'istinto selvatico doveva pur averlo perché era anche cacciatore, si può ben dire per dura necessità. Era la metà di maggio: il lupo rapace mangiava volentieri i piccoli capretti che il nonno governava con massima cura. Un giorno ne mancava uno, una settimana dopo due ed era ridotto ad averne ancora tre rinchiusi nella stalla del monte Mugnee.

Che fare? Prese in spalla il ferraccio del povero bisnonno e seguendo le gocce di sangue, lo pose sopra un ponticello fatto con due travi, posato in modo che vi doveva restare anche una volpe. Per fare un simile lavoro dovette rassegnarsi a ricevere sulle spalle l'acqua di tutto un giorno, per fare che il naso del lupo non dovesse accorgersene. Per buona avventura il giorno dopo cadde ancora un po' di neve a coprire la grossa trappola; e fu per il nonno una vera fortuna. Finita la riserva, il lupo seguendo la sua strada sicura ritornava nuovamente, ma l'acqua e la neve, col ferro compreso, finì col restituire la sua pelle. Il gioco andò a perfezione. Il lupo vi restò con la testa ed una gamba e l'astuto cacciatore, per non fare che i lupo dovesse mordere la gamba e poi fuggire, attaccò il ferro ad un tronco di larice del peso di 25 o 30 libbre circa. Il lupo quando può fuggire non morde la gamba nel ferro e così via per sempre per in basso.

Il giorno dopo di buon mattino, umili boscaioli del Tirolo si recavano nel sottostante bosco a tagliar piante. Videro attaccata ad un tronco la brutta bestia con la bocca aperta: due colpi con la scure ed i lupo ebbe la sua fine. A mezzogiorno arrivarono questi boscaioli con ferro, lupo e stanga che consegnarono tutti contenti al povero nonno ed alle seguenti condizioni: Pietro Franscioni sarà obbligato a dare in compenso ai suoi benefattori la stalla per dormire. Il nonno accettò volentieri questa umile offerta colla condizione però che i tirolesi dovessero pelare il lupo. Tutto fu di buon accordo. Pelato che fu i lupo venne in buona armonia riempito di fieno e fatto diventare più grosso del naturale. Venne poi il giorno del Santi. Venne organizzata la solita questua, allora in uso per chi prendeva un lupo o un orso.

Erano in tre allegri giovinotti; il nonno con la cadola ed il lupo in piedi con le fauci aperte, un suo compagno con la brenta per mettere la segale e l'altro col sacco per mettervi il granoturco. Fu un giorno di festa per tutti: ma il più contento era il nonno perché arrivò a casa con tutto ricolmo: non aveva forse mai visto così tanto ben di Dio. Questo fu l'ultimo lupo preso in Vallemaggia nel maggio del 1856.

La cattura di un orso, avvenuto qualche tempo dopo (manca la data) viene così descritta da Siro Franscioni: "In quell'anno il nonno restò all'alpe Or Gröss fino alla metà di novembre a governare le capre, per non lasciarle fuggire in piano a mangiare le castagne.

Una mattina di buon ora si udì un grande scompiglio: erano le capre inseguite dall'orso. Sentirono Giacomo e Pietro i lamenti di un umile capretto caduto sotto i denti del feroce animale. Il bisnonno prese subito la sua carabina. Diceva il nonno che ci voleva un facchino per trasportarla (tanto era pesante).

Giunti in fondo al corte videro ancora l'orso e venne messa in funzione l'arma pericolosa che, diceva il nonno, era costata molto cara. Il Patriziato di Lodano aveva contribuito per una tale spesa l'importo d 75 Svanzighe. Il bisnonno mirava l'orso e diceva il nonno, con un occhio sicuro che avrebbe colpito un tallero dopo l'altro.

Era però nato in cattiva luna: non ne andava mai bene una. Il tempo era umido e nuvoloso. La rotella della carabina che il nonno faceva girare (chissà quanti giri al minuto?) non faceva fuoco causa l'umidità l'orso se ne fuggì. Il bisnonno diceva, rivolto al figlio: - Avanti Pietro, sempre avanti!- Il bisnonno voleva ad ogni costo far partire il colpo, solo per spaventare il feroce animale. Il colpo partì e fece tremare la terra ed il cielo..Fu come un colpo di cannone e l'orso spaventato si diede nel sottostante bosco a precipitosa fuga. Fortuna volle che s'impigliò frammezzo a due faggi che crescevano come una V e li vi dovette restare. Il giorno dopo, casualmente, venne trovato ancora agonizzante, vicino c'era un piccolo orsotto.

Ma la veneranda carabina in quel giorno non venne più fatta funzionare..Il bisnonno venne così in compenso, largamente beneficato dalla gente di Lodano.

Queste inedite testimonianze dirette sulla caccia ai grandi predatori, ci inducono per concludere a qualche riflessione. I proprietari di bestiame minuto oggi, grazie ai sacrifici di molti vallerai come Pietro e Giacomo Franscioni, veri campioni di abilità e destrezza nell'eliminazione di lupi ed orsi dai nostri territori, hanno potuto organizzare la pastorizia in un determinato modo, lasciando vagare liberamente le loro greggi nelle vallette laterali e sugli alpi abbandonati.

Le esperienze negative del passato, come malauguratamente si verifica anche in altri campi, sembrerebbe non abbiano insegnato nulla e vengono spesso facilmente dimenticate da coloro che non le hanno vissute.

Oggi torna comodo affermare, da parte di certi supponenti ambientalisti, che il ritorno di lupi, orsi e linci (specie protette dal diritto federale) renderà il paesaggio ticinese più ricco e variato; in esso i grandi predatori avranno ampio spazio di manovra nel quale effettuare scorrerie a piacimento. Verrà infatti loro accordato il privilegio di poter dilaniare fino a 50 pecore, prima che si possa mostrar loro il cartellino rosso.

Agricoltori e pastori, persone per natura pacifiche, imperturbabili e pazienti, dovrebbero fornire ulteriori prove di mansuetudine e sopportazione di fronte alle sventure: "in bocca al lupo" allora cari contadini..

Nasce però in noi un forte sospetto: e se qualcuno di loro non riuscisse a trangugiare tanto, facesse schizzare lontano il pallottoliere "conta-pecore" molto prima di aver enumerato sino a 49, e procedesse per direttissima alle incombenze del caso?

Apriti cielo e poi?

Beh, e poi non dubitiamo che in circostanze del genere potrebbero certamente trovare qualcuno solidale con loro, qualcuno che potrebbe benedire al cosiddetto "misfatto" con un plauso convinto e con la classica, augurante esclamazione: -Crepi il lupo!­

Arturo Poncini